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Formazione al futuro

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Alcuni giorni fa è stato ribadito dal Ministro dell’Istruzione come la caduta demografica vada a risaltare la diminuzione della popolazione scolastica, che causa il non riuscire a formare le classi prime della scuola primaria.
Questo trend negativo sta producendo un forte processo di trasformazione della società italiana.

I dati statistici

In una ricerca effettuata nell’aprile 2018 dalla Fondazione Agnelli [Scuola. Orizzonte 2028. Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche] veniva già evidenziato come, a livello europeo, avendo come base 100, nel 2030 la Svezia, ad esempio, avrebbe un indice di popolazione scolastica di 125, mentre l’Italia un indice di 85. Un po’ sopra di noi la Spagna con un indice pari a 93 e la Polonia a 98. Altri dati riguardano la diminuzione della popolazione scolastica tra i 3 e i 18 anni che nel 2028 sarà scesa a circa 8 milioni. Il motivo principale riguarda la diminuzione nel numero di madri potenziali, tra i 15 e i 45 anni, che lungo l’arco del tempo che parte dal 2007 stanno viaggiando nell’ordine del -10%; e ancora diminuisce la propensione ad avere figli (-6%). Se ci spingiamo oltre il 2028, al 2033, gli studenti in meno saranno 1,4 milioni.
Certo i numeri focalizzano la drammaticità della situazione, come ad esempio in una scuola del Ferrarese rimane aperta solo una quinta con la perdita di un quinquennio della primaria.

La formazione professionale

scuola primaria

In questa piccola sintesi non affronto la relazione tra diminuzione degli studenti e possibile perdita dei docenti. Il Ministro Bianchi, sulla scorta di un percorso già iniziato dal Ministro Azzolina, ha optato per mantenere invariati gli organici fino al 2026, potenziare i posti di sostegno e far decollare il nuovo docente di educazione motoria.
Un pensiero necessario deve andare alla formazione professionale. Se pensiamo che i bambini fra i 3 e i 5 anni nel 2028, dovrebbero arrivare a ridursi al nord e al sud del 14% e al centro del 17%, un identico trend per la scuola primaria. C’è da mettere in evidenza come la denatalità sia presente fortemente al sud creando problemi fino alla scuola superiore di secondo grado. Con uno sguardo complessivo anche il nord sarà investito da questa diminuzione, con la conseguenza di un raffreddamento della mobilità territoriale.
Se nelle scuole statali per superare le classi pollaio ci si potrà valere di un numero di docenti “soprannumerari” fino al 2024, il problema dei docenti, in rapporto alla diminuzione dei ragazzi, si porrà, nel corso del tempo, per i Centri di formazione professionale. Certamente il problema delle culle vuote avrebbe dovuto impegnare il governo a pensare a una soluzione complessiva.

Riorganizzare e innovare il sistema

Come afferma Chiara Saraceno (2020), “la bassa e declinante natalità è innanzitutto il conseguente assottigliamento delle età potenzialmente fertili, contro un innalzamento delle speranze di vita che ingrossa le file delle coorti più vecchie…La piccola ripresa della fecondità che aveva segnato gli anni a cavallo del nuovo millennio è stata fermata dalla crisi del 2008 che ha colpito le generazioni più giovani, in difficoltà di formare una famiglia”. La Saraceno suggerisce la necessità di un “Family act” affinché si possa coordinare la riorganizzazione del sistema frammentato dei sostegni economici legati alla presenza dei figli.
L’innovazione a livello sociale e didattico deve avere due punti di riferimento: un processo economico che segua la denatalità e un lavoro didattico che parta dalla scuola dell’infanzia, seguendo un percorso di crescita della persona in famiglia e a scuola.

Salvatore Sasso

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