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L’animazione nei processi educativi

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Perché l’animazione?

Citeremo solo tre delle principali motivazioni: una inerente al concetto di molteplicità previsto nella Progettazione Universale per l’Apprendimento (PUA), la seconda al linguaggio e l’ultima alle possibilità laboratoriali di educazione alla creatività. La PUA, nata per aiutare gli alunni a padroneggiare i processi di apprendimento in chiave inclusiva, prevede molteplicità di mezzi di rappresentazione, di espressione e di coinvolgimento allo scopo di ridurre le barriere insite nei sistemi tradizionali dell’istruzione. La video animazione offre opportunità evidenti e di notevole impatto in ognuno di questi ambiti. Inoltre, se inserita in una cornice interattiva, può risultare ancor più coinvolgente ed efficace. L’animazione, sorella del cinema dal vero, si basa su un linguaggio ricco di potenzialità espressive, che parte dal disegno, la cui valenza è nota in psicologia e pedagogia e, attraverso iperboli, riesce a rappresentare la realtà in modo straordinariamente evocativo.

L’importanza dell’animazione

Antonello Capra

ll peso che le animazioni hanno avuto nell’arricchire e migliorare alcune trasmissioni culturali televisive, o in rete, è certamente indicativo del loro valore nella divulgazione. Circa le possibilità laboratoriali, legate all’animazione educativa e le implicazioni per il mondo della scuola è opportuno operare una, seppur sintetica, digressione. Da più di un secolo l’attivismo pedagogico deweyano, originatosi alla fine dell’800, impreziosito in Italia da Agazzi, Pizzigoni, Montessori, in linea con le ricerche condotte all’epoca in ambito psicologico, ha reclamato un approccio educativo puericentrico e non direttivo. Un approccio che ponga al centro del processo d’apprendimento l’alunno, attraverso una personalizzazione del percorso scolastico, che accompagni e rispetti le spinte naturali alla crescita, alla realizzazione e all’individuazione presenti in ogni bambino, ragazzo o uomo. Personalizzazione che prevede che l’insegnante sia guida e consigliere lungo il sentiero di vita, reso unico per esperienze, interessi, bisogni educativi e peculiarità cognitive. Una visione nota al docente, ma al tempo stesso ritenuta difficile da realizzare, in classi affollate, in ambienti poco adeguati all’apprendimento, non concepiti all’origine per l’istruzione scolastica e per le metodologie attive. La parte fondamentale dell’attivismo pedagogico risiede nel mediare l’apprendimento con esperienze pratiche, in un’ottica costruttivista, con percorsi che mettano in moto l’intelligenza operativa, che evitino la consueta trasmissione nozionistica dei saperi, frontale e unidirezionale, investendo nelle potenzialità autentiche dell’alunno, quali il dialogo attivo, il confronto, la problematizzazione, il gioco, la spinta creativa. Ed è su quest’ultima che è utile soffermarsi. Motivare alla creatività vuol dire coltivare il pensiero divergente, ma anche mettere insieme, in modo originale, frammenti di conoscenze e abilità, rielaborando e facendo convergere, in sostanza, il nuovo nel pregresso.

Un continuo equilibrio tra divergenze e convergenze

Le neuroscienze, a tal proposito, ci ricordano quanto la memoria abbia carattere sia associativo che fluido, essendo reticolare e in continua rielaborazione; dunque, l’apprendimento, per risultare significativo, necessita sempre di rielaborazione e coinvolgimento attivo, come anche di associazioni con il preesistente e il vissuto personale, secondo le spinte motivazionali e l’innata curiosità di ognuno.

Prof. Antonello Capra

Il Presidente di EMI

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