“Lavorare o dimettersi?” – Il grande interrogativo post-Covid
Tempo di lettura: 2 minutiLa Great Resignation
Non riguarda solo i Paesi oltreoceano quel fenomeno post-covid – chiamato negli USA Great Resignation – che sta colpendo un gran numero di lavoratori dipendenti che, di punto in bianco, decidono di lasciare il posto di lavoro, soprattutto a causa del burnout. Anche l’Europa inizia a registrare un’alta percentuale inerente all’argomento e, soprattutto in Italia, sono i più giovani a lanciarsi a capofitto in nuove occasioni, alla ricerca di opportunità più idonee ai loro desideri. Vediamo infatti che – secondo i dati emersi dall’indagine Aidp (Associazione per la Direzione del Personale), su un campione di circa 600 aziende – le fasce d’età più coinvolte sono quelle dai 26 ai 35 anni, seguite da quelle che vanno dai 36 ai 45 anni.
È il mercato del lavoro a cambiare o è il desiderio di una nuova vita?

È forse giunto il momento storico in cui l’individuo più che soffermarsi sulle opportunità economiche decide (finalmente) di pensare un po’ più a sé stesso e alla propria salute mentale e fisica. Di sicuro è una conseguenza necessaria dopo gli anni di pandemia che ci siamo ritrovati a vivere e a sostenere, che ci hanno e ci stanno facendo riflettere su quali siano realmente le cose importanti e necessarie, ma che ci hanno anche messo di fronte ai nostri limiti, portandoci a prendere decisioni drastiche e repentine. Quante vite sono cambiate nel corso degli ultimi due anni? Quante decisioni improntate al cambiamento sono state prese e hanno dato risultati positivi?
Si decide di cambiare anche senza un vero e proprio motivo e il più delle volte a causa delle relazioni all’interno dell’ambiente lavorativo e del benessere psico-fisico del lavoratore in questione o semplicemente per quel desiderio di cambiamento che spinge verso una svolta radicale o un miglior equilibrio tra la vita lavorativa e quella privata.
Ma quale è il risultato all’interno dell’azienda?
I campi coinvolti non sono stati solo quelli medico-sanitari, ma anche i settori informatici e tecnologici. Le aziende quindi dovranno rivedere i loro modelli, offrendo stipendi adeguati ai loro dipendenti, con soluzioni lavorative confortevoli e flessibili e dando sempre nuovi e buoni motivi per rimanere. Speriamo che questa nuova faccia della medaglia riesca finalmente a collocare le persone giuste nel posto giusto, senza far sì che il lavoratore debba, ancora una volta, accontentarsi del primo posto vuoto e disponibile, sminuendo in tal modo le proprie competenze.
Marianna Zito