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Il ventunesimo secolo tra digitale e smart working

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Che futuro ci aspetta?

Se pensiamo a come tutto ormai è digitalizzato, partendo dagli eBook (anche se, in realtà, il cartaceo è ancora il formato più amato) fino ad arrivare allo smart working, come immaginiamo tra qualche anno la nostra vita? Il mondo digitale ormai è in piena impennata e coinvolge tutti i campi di azione, dagli hobby a molti settori lavorativi. Le nostre abitudini si sono necessariamente trasformate e – per molti versi – semplificate, con una notevole diminuzione, a causa della pandemia e del distanziamento sociale, del contatto umano che, di conseguenza, ha portato queste dinamiche all’apice, determinando un forte cambiamento, per il momento necessario ma probabilmente non sano per tutti, arrivando persino a delineare una perdita di identità. Sicuramente le cose non saranno più come prima e tutto questo potrebbe davvero rappresentare la fine di un’era.

Vediamo perché…

Dalla terza edizione della survey  Future of Work 2020 – rivolta alle direzioni del personale delle grandi aziende italiane, presentata il 25 novembre nel corso dell’HR Business Summit e realizzata dall’Osservatorio Imprese Lavoro Inaz e Business International – emerge che solo il 6% delle imprese ritornerà a lavorare senza utilizzare lo smart working. Il 60% deciderà, invece, di investire su questa nuova modalità lavorativa inserendola in un piano di urgenza. E ancora, più della metà delle aziende (il 67%) vede nella digitalizzazione una priorità, un passo decisivo verso l’innovazione. Linda Gilli, presidente e AD di Inaz sostiene che “Il fattore umano conferma la sua importanza in tempi difficili. La disruption del 2020 spalanca le porte a nuovi modelli organizzativi, con il lavoro a distanza che deve diventare vero lavoro agile”.

Effetti pandemici

Uno dei principali effetti della pandemia è proprio una nuova concezione del concetto di lavoro e, più precisamente, di organizzazione del lavoro; perché per quanto lo smart working abbia garantito effetti positivi sulla produttività lavorativa, a questo punto è necessaria una progettualità; stessa situazione che si sta verificando nelle scuole per quanto concerne la didattica a distanza. Tutto questo però va ragionato, senza ignorare la parte psicologica del lavoratore, che potrebbe sentirsi estrapolato dal contesto lavorativo e perdere il suo senso di appartenenza, tornando quindi al discorso dell’identità che meriterebbe un approfondimento specifico e competente. Una rivoluzione questa, come afferma Linda Gilli, piena di insidie ma da cui si farà di tutto per trarre più vantaggi possibili, considerato il momento storico che stiamo vivendo.

Si continuerà a lavorare per sempre da casa? Il futuro sarà lo smart working?

La cosa abbastanza certa è che il lavoro a distanza non passerà con la pandemia.
Si potrebbe quindi cominciare a optare per soluzioni differenti dallo stare chiusi perennemente in casa. Si potrebbe pensare a creare ambienti lavorativi nei luoghi di villeggiatura, mare o montagna, una sorta di turismo residenziale, facendo gli stranieri a casa propria, e cioè spostandoci in diverse regioni del nostro Bel Paese, per decongestionare le città e riqualificare i territori spopolati, soprattutto dopo il calo nel settore del turismo dovuto al Covid-19.

Marianna Zito

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