Cosa delegare all’intelligenza artificiale e cosa continuare a fare noi
Tempo di lettura: 5 minutiUno studente può consegnare un compito perfetto senza aver letto la consegna. La stessa cosa succede oggi in molti uffici, con relazioni, mail e presentazioni. La domanda su cosa significhi imparare riguarda anche chi lavora. Immagina un martedì sera di fine trimestre. Un responsabile di area ha davanti il report da consegnare l’indomani. Apre un’intelligenza artificiale, incolla i dati, chiede una sintesi. In quaranta secondi ha un testo pulito, ben strutturato, con i paragrafi giusti. Lo rilegge, corregge una virgola, lo invia. Il giorno dopo, in riunione, qualcuno gli chiede perché una certa voce è calata del dodici per cento. Lui apre il documento e cerca la risposta lì dentro.
La scena appartiene al mondo del lavoro, ma nasce a scuola. Sempre più compiti vengono scritti con l’intelligenza artificiale, e sempre più insegnanti la usano per correggerli. Un algoritmo scrive, un altro valuta, e le persone restano nel mezzo a chiedersi che cosa stiano facendo. Le aziende dovrebbero guardare questa scena con attenzione, perché le persone che assumeranno tra qualche anno stanno imparando proprio in queste condizioni.
Il voto che non dice più nulla
Per decenni la scuola ha funzionato con un patto implicito: studia, prendi buoni voti, ottieni un lavoro. Il voto era il segnale che qualcuno avesse imparato.
Se prendi 9 sai, se prendi 4 non sai. Oggi le due cose possono separarsi del tutto, e un ottimo risultato può arrivare senza che sia stata acquisita alcuna competenza.
La psicologia lo descrive da tempo con la distinzione tra motivazione intrinseca ed estrinseca, formulata negli anni Ottanta da Edward Deci e Richard Ryan, all’Università di Rochester. Nel primo caso si fa qualcosa perché interessa, nel secondo per ottenere una ricompensa o evitare una conseguenza. Studiare fisica perché ti appassiona e studiarla perché venerdì c’è l’interrogazione sono due esperienze diverse. Se l’obiettivo diventa il risultato e non la competenza, uno strumento che consegna il risultato in trenta secondi diventa quasi inevitabile. Non c’è niente di moralmente strano: chi cerca solo di superare un ostacolo prende la strada più corta.
Anche in azienda esistono i voti, e si chiamano KPI, valutazioni di fine anno, report consegnati nei tempi. Vale lo stesso ragionamento: un sistema che premia solo l’output non ha modo di accorgersi che il pensiero è stato delegato.
Copiare è sempre esistito, ma costava fatica
Sarebbe comodo dare la colpa a ChatGPT, e sarebbe sbagliato. A scuola si è sempre copiato. Il bigliettino nascosto nell’astuccio richiedeva però una competenza vera: dovevi leggere, capire e decidere che cosa fosse importante, perché lo spazio era poco. Poi sono arrivati Google e il copia e incolla, poi il mercato di chi scriveva elaborati al posto degli altri. Quello che l’intelligenza artificiale ha cambiato è il costo dello sforzo, che è sceso praticamente a zero. Prima, per presentare un lavoro non tuo, dovevi trovarlo, leggerlo, adattarlo o pagare qualcuno. Oggi basta una riga. A quel punto diventa difficile capire se si sta valutando una persona o lo strumento che ha usato. Lo stesso problema lo vive chi seleziona candidati, chi valuta un collaboratore, chi deve fidarsi di un documento firmato da qualcun altro.
Che cosa dice davvero la ricerca
Nel giugno 2025 il MIT Media Lab ha pubblicato uno studio che ha fatto molto discutere. I partecipanti erano divisi in tre gruppi, chi usava un modello linguistico, chi un motore di ricerca e chi nessuno strumento, e in tutti è stata misurata l’attività cerebrale con l’elettroencefalogramma. La connettività cerebrale più debole è emersa tra chi usava l’intelligenza artificiale, la più forte tra chi scriveva senza strumenti. Chi ricorreva all’AI tendeva inoltre a ricordare meno facilmente ciò che aveva appena scritto.
Serve però cautela, e conviene dirlo con chiarezza. Hanno partecipato in tutto 54 persone, e solo 18 hanno completato la quarta sessione. Lo studio, inoltre, è stato diffuso prima della revisione paritaria. Non dimostra che l’intelligenza artificiale “spenga il cervello”, e chi lo racconta così lo sta piegando a un titolo. Quello che fa è aprire una domanda seria: se deleghiamo continuamente un’attività cognitiva, che cosa succede alla nostra capacità di svolgerla da soli?
Il neuroscienziato Mariano Sigman ha usato un’espressione efficace, sedentarismo cognitivo. Se non muoviamo il corpo perdiamo capacità fisiche, e con la mente può succedere qualcosa di simile. Non perché lo strumento sia cattivo, ma perché il cervello è molto efficiente e smette di investire energia in ciò che qualcun altro fa al posto suo.
Vietare non serve, distinguere sì
La reazione più semplice sarebbe vietare. A scuola come in azienda, però, sarebbe come vietare internet venticinque anni fa sperando che le persone imparassero da sole quando fosse arrivato il momento. L’intelligenza artificiale farà parte del lavoro e della vita quotidiana, e la battaglia sull’usarla o meno è già finita.
Conta il momento in cui la si usa. Prendi una persona davanti a un problema: ci prova, formula un’ipotesi, sbaglia, riprova. Poi chiede all’AI dove ha sbagliato, si fa proporre una spiegazione alternativa, confronta le risposte. Qui lo strumento sta potenziando l’apprendimento. Ora prendi la stessa persona che copia la consegna, la incolla, copia la risposta e consegna. Il risultato può essere identico, ma dal punto di vista formativo non è successo quasi nulla. Lo strumento è lo stesso, cambia il punto del percorso in cui lo si chiama in causa. L’AI può essere una bicicletta per il cervello oppure una carrozzina.
L’errore, e le domande che nessuno può farti
C’è un altro nodo, più profondo. Un sistema fatto solo di premi e punizioni educa a una cosa molto precisa: non sbagliare. Fuori dalla scuola chiunque abbia costruito un’azienda o sviluppato un prodotto sa che sbagliare fa parte del processo. Non c’è innovazione senza errore, né ricerca senza tentativi falliti.
Nell’epoca dell’AI questo diventa ancora più evidente, perché la risposta corretta spesso può darla una macchina. Le competenze che restano nostre sono altre: saper fare una buona domanda, capire se una risposta regge, metterla in dubbio, confrontarla, contestualizzarla, costruire un ragionamento proprio. Sono competenze difficili da valutare con una crocetta, e probabilmente sono anche quelle che conteranno di più.
Nemmeno questo problema è nato con l’AI. Nell’ultima indagine PISA i livelli di eccellenza in Italia riguardano meno del 10% degli studenti in tutti gli ambiti, mentre più del 20% non raggiunge le competenze minime. In lettura i quindicenni italiani hanno ottenuto 482 punti, contro una media OCSE di 476. I numeri raccontano soltanto una parte della storia, perché non misurano la curiosità. Possiamo avere una persona che ricorda a memoria i sovrani dell’Ottocento e non ha alcun interesse per la storia, oppure qualcuno che risolve un’equazione e non sa leggere una probabilità quando deve decidere davvero.
La domanda che riguarda anche noi adulti
È facile raccontare tutto questo parlando di ragazzi che cercano scorciatoie, ma conviene guardarsi allo specchio. Ogni giorno abbiamo la possibilità di far scrivere a una macchina una mail, un articolo, una presentazione, una riflessione. Usarla non è un problema, e chi scrive queste righe lo fa continuamente. Il punto è che scrivere non significa soltanto produrre parole: significa scegliere un’idea, scartarne un’altra, trovare un collegamento, accorgersi che quello che pensavi all’inizio non regge. Se deleghi tutto questo processo non stai solo risparmiando tempo, stai rinunciando a una parte del percorso.
Un testo generato in pochi secondi può essere scritto bene e non essere quello che pensi tu. La scelta che ci aspetta nei prossimi anni non è tra usare o non usare l’intelligenza artificiale. È decidere quali parti della nostra intelligenza siamo disposti a delegare e quali vogliamo continuare ad allenare. Per un’azienda questo si traduce in una domanda concreta sulla formazione: si sta insegnando alle persone a ottenere risposte, oppure a valutarle?
L’automobile ha permesso agli esseri umani di percorrere distanze che a piedi non avrebbero mai raggiunto, e nessuno ne mette in dubbio il valore. Ma chi la prende anche per andare dal divano al frigorifero, prima o poi, sente le gambe cedere. Vale lo stesso per il pensiero: ci sono distanze che conviene continuare a fare a piedi, perché camminando alleniamo qualcosa che ci serve, e poi c’è tutto il resto, che con l’AI possiamo raggiungere. L’opportunità sta qui: non smettere di pensare, ma pensare più lontano.
Fonti
Articolo di Leonardo E. Olivito – Giornalista esperto di AI generativa.