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Didattica a distanza e problemi formativi

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La riorganizzazione didattica

Si è discusso molto della difficile gestione delle scuole in tempo di pandemia, delle modalità di riorganizzazione delle lezioni e dei servizi collegati alla mobilità degli studenti, della capacità dei dirigenti scolastici di farsi carico delle gravi criticità della pandemia assicurando la ripresa del normale andamento dell’anno scolastico.

Si è fatto ricorso, in misura sempre più larga, alla didattica a distanza e gli italiani hanno preso dimestichezza con una sigla (DaD) di cui probabilmente ignoravano persino l’esistenza. Si tratta di un modulo di insegnamento che si poteva anche accettare come eccezione per un periodo di tempo limitato ma che, utilizzato in via continuativa e comunque prolungata, ha evidenziato gravi aspetti di criticità, determinando reazioni di rigetto a livello di studenti (leggasi dimostrazioni in strada ed occupazioni di istituti), di docenti, di dirigenti scolastici e di famiglie. Lo stesso Premier Draghi, nel suo intervento in Senato, ha parlato di fallimento e della necessità di un ritorno alla normalità.

Le situazioni problematiche

Le ragioni a sostegno della bocciatura sono numerose e inoppugnabili; particolarmente per alcune categorie e situazioni quali: gli studenti con disabilità; quelli privi di connessione (più diffusi al sud rispetto al nord); quelli che vivono in case anguste, con meno libri o con familiari aventi un basso livello di istruzione e quindi non in grado di supportarli; quelli appartenenti a famiglie disgregate, con genitori conflittuali o con procedimenti di separazione in corso. Insomma, i limiti pedagogici e psicologici che ostano al mantenimento di un modulo incentrato sulla DaD sono innegabili e quasi univocamente accettati dagli studiosi e dagli addetti ai lavori.

La didattica in presenza

scuola

È necessario che gli studenti tornino sollecitamente in classe perché, come ha osservato il Prof. Raffaele Mantegazza dell’Università di Milano, “la scuola non è un posto dove si socializza né un posto dove si impara, ma l’unico posto nel quale si socializza l’apprendimento”. La didattica dovrà essere in presenza, in spazi nuovi ed accattivanti, con una digitalizzazione in grado di migliorare apprendimento e competenze: ma ciò è possibile se cresceranno gli investimenti nell’edilizia scolastica e nella cultura in generale.

Al momento, nella situazione eccezionale dovuta alla pandemia, la DaD si è rivelata un toccasana, favorendo l’impatto con il digitale, costringendo gli studenti a darsi da fare facendo di necessità virtù, venendo incontro agli studenti fuori sede. Alla lunga però i problemi sono destinati a venire fuori, in quanto la DaD è fredda, impedisce il contatto diretto con il docente e non consente interventi individualizzati. Può essere utile in determinate situazioni ( esempio un contagio in classe e tutti gli studenti in quarantena a casa) ma non può divenire un modulo ordinario, sempreché non muti radicalmente il mondo dell’istruzione, con investimenti particolarmente massicci e con una formazione del corpo docente radicalmente modificata rispetto all’attuale.

Bruno Ferraro
Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
già Presidente dei Tribunali di Cassino, Velletri e Tivoli

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